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QUADERNO DI ARCHITETTURA LOZZO DI CADORE Realizzato dalla Comunità Montana "Centro Cadore" a cura di DEPLIART - Associazione Culturale 1998 - Padova Fotocomposizione e stampa: Poligrafica Antenore Srl - Padova |
"Non ardisca Persona alcuna in alcuna maniera accusar ovvero palesar li secreti del Comune di Lozzo ad alcun Forastiere, sotto pena di venti soldi de piccoli per cadauno, e per cadauna volta". Il Laudo dell'anno 1444, art.101, con la sua durezza sanzionatoria ritrae la comunità di Lozzo chiusa a riccio nei confronti del potenziale nemico, lo straniero. Un quadretto da Far West dove senza credenziali non si può neppure entrare al saloon. Ma la lettura completa delle antiche norme cancella questa immagine bozzettistica e fornisce le motivazioni di tali comportamenti, evocando con forza le condizioni di vita di una società rurale insediata in un territorio difficile, povero di terreni coltivabili, stretto tra il Rin profondamente incassato, le alture incombenti del Revis e di Pian dei Buoi, soggetto a frequenti frane. Dimensione pubblica e privata sono strettamente intrecciate, regolate da un computo rigoroso di dare e avere.
L' organizzazione urbanistica di Lozzo mantiene per lo più un'impronta medioevale, riconoscibile nell' aggregazione con due dominanti (S.Lorenzo/Medavila, S. Rocco/Pròu), nell'integrazione tra costruito e terreni coltivati, nell'adattamento alla morfologia del territorio con forte pendenza, nello schema viario a fuso (strade che si biforcano e si congiungono all'estremità opposta), negli slarghi a forma di X o Y: tutto all'insegna della funzionalità lontano da ogni astrazione.
Laudo 84: "...che nessuna Persona ardisca portar fuoco de notte dopo sonata l'Ave Maria ..." o laudo 90: "...tener lino nella Cosina da Fuoco a seccar, sotto pena... ". Anche a Lozzo l'uso del fuoco era severamente regolato per evitare gli incendi. Impresa quasi disperata se il corso del XIX secolo è scandito da una serie impressionante di roghi che di volta in volta distrussero borgata Stèfin (1833), Pròu (1847), Medavila (1867), borgata Zanella (1876). Poi, ironia degli eventi, le alluvioni del 1882 e del 1966.
La parrocchiale dedicata alla MADONNA DEL ROSARIO (1970-1973) traduce in forme architettoniche la riforma liturgica voluta dal Concilio ecumenico Vaticano il (1962-1965), la cui portata innovativa non era ancora pienamente recepita. I cambiamenti indotti furono profondi e coinvolsero il modo di vivere e concepire la religiosità, i significati e i modi delle azioni liturgiche, i luoghi e gli spazi delle celebrazioni. il progetto esprime la volontà di dialogo tra aula - opere parrocchiali e contesto urbano; questa comunicazione tuttavia non si realizza e la chiesa soffre di scarsa visibilità, immersa com'è tra le case senza la mediazione di un sagrato o di uno spazio esterno dotato di forma.
Le Sacre Specie sono custodite in un'area più raccolta, schermata da un basso pannello decorato a mosaico. Il tema del banchetto eucaristico è sviluppato in quattro scene attinte all'antico e nuovo testamento e al miracolo di Bolsena. Vi domina la figura umana segnata dalla fatica (grandi mani nodose, volti solcati da rughe) e compressa in scorci arditi. Contorni incisi e tortuosi, disegno che origina movimento, colori vivaci usati anche in modo non naturalistico (riflessi sui volti, fondo dorato), spazialità non prospettica sono strumenti espressivi di forte drammaticità. Innovativa anche la Via Crucis: un nastro lungo 3,5 metri di formelle in terracotta assemblate in modo che i giunti coincidano con i profili della narrazione. Il cammino devozionale è raccontato in forme stilizzate e filologicamente rigorose (Cristo trascina solo il patibulum - braccio orizzontale della croce) e si conclude con la Resurrezione. Paesaggio collinare, gamma cromatica essenziale (terracotta, azzurro, bianco, giallo, bruni) e modulata sul racconto (da tonalità più chiare a quelle luttuose), ritmo ora lento ora serrato, narrazione ristretta ai soli personaggi principali, conferiscono all'opera un misticismo rarefatto e dolente che affissa lo sguardo oltre la morte evocata con pudore dalla nuda crux - braccio verticale della croce. La statua della Madonna del Rosario proveniente da S. Lorenzo, salvata dall'incendio del 1867, è insieme opera d'artista e oggetto di profondo affetto popolare. La sua presenza antiquaria può sorprendere nel contesto moderno della chiesa a lei dedicata, ma assume valore di simbolo della continuità con il passato spogliato di ciò che è caduco (rito, forme, sensibilità) e ricondotto all'essenzialità della fede.
Come tutti gli edifici storici privati della propria funzione, S. LORENZO, la VECCHIA PARROCCHIALE, suscita un forte malessere solo parzialmente giustificato dallo stato di abbandono. In realtà le ragioni hanno ben altro spessore e attengono alla problematica di riqualificazione e riutilizzo del patrimonio architettonico con cui la società contemporanea si misura, investendo in energie economiche ed inventive. Così in tutta Europa si assiste alla trasformazione di fabbriche in appartamenti, serbatoi idrici in uffici, chiese in teatri e spazi culturali, garages in ristoranti o piste di pattinaggio, scuole in centri artistici, stazioni ferroviarie in musei: profonde metamorfosi riflesso del momento storico e della generazione che esprime in tal modo la propria originalità.
L' edificio è opera dell'architetto bellunese Domenico De Min incaricato della progettazione nel 1732, che ideò una grande navata con presbiterio quadrato ampliato nel 1806 da Antonio Laguna di Lozzo. Elementi decorativi (paraste, capitelli compositi, cornicione) e planimetria rivelano un impianto settecentesco, anomalo tuttavia per il ritmo diseguale che lo caratterizza: dilatato a ovest (zona d'ingresso), contratto a est (innesto tra navata e presbiterio). A ciò concorrono anche le trasformazioni (rifacimento del tetto con minore pendenza, tempere della volta del coro al modo dei mosaici ravennati) conseguenti alla ricostruzione dopo l'incendio del 1867. Nelle pareti si aprono quattro nicchie ad arco poco profonde per accogliere altari in marmo degli inizi del Novecento. L'organo, qui collocato nel 1886, è strumento di notevoli qualità timbriche e buone condizioni di conservazione. S. Lorenzo fu sede anche della confraternita dei Battuti, antica associazione di laici diffusa in tutta Europa e documentata a Lozzo daI1388, costituita con intento penitenziale (diffondere il culto della Passione di Cristo anche attraverso l'autoflagellazione) e di assistenza ai poveri e agli ammalati. Il ricco inventario dei beni (XVI s.) testimonia l'attaccamento dei Lozzesi a tale istituzione e alla sua chiesa, nel tempo arricchita di arredi sacri anche di notevole valore, in gran parte perduti nel terribile incendio. Intatte invece sotto il pavimento della chiesa le antiche sepolture tra cui si nota la lastra tombale (1702) del sacerdote Gaspare De Mejo, primo curato del paese. Intorno a S. Lorenzo un muro delimita ancora la parte a valle della cortina (documentata dal 1226), dove per quasi un millennio, fino agli inizi dell'Ottocento, i Lozzesi ebbero sepoltura. Il recupero dunque dovrebbe riguardare l'intero complesso (chiesa, campanile, cortina), luogo denso di significato per la comunità religiosa e civile.
Poco discosto dall'abitato, sull'antica importante strada per Auronzo e Comelico, praticata fino agli inizi dell'Ottocento, sorge il SANTUARIO DELLA MADONNA DI LORETO (1658). Immersa nel verde della Vizza (bosco di sua dotazione,1660), la chiesetta è preceduta da un rustico e profondo porticato con robuste colonne lignee; un basso muro perimetrale delimita l'area, vasta più della chiesa stessa, un atrio coperto da un tetto a ripidi spioventi ad accogliere i fedeli , che a frotte accorrevano in pellegrinaggio anche dai paesi vicini.
Le pale d'altare (1910-20) contengono due immagini devozionali: l'infanzia di Maria e la tradizionale raffigurazione della Vergine avvolta nella dalmatica riccamente decorata secondo il modello venerato nella basilica di Loreto. Opere contrassegnate da semplicità di composizione, luminosità chiara e serena, leggiadria dei tratti e colori uniformemente stesi: una pittura condotta con tecnica sapiente e ispirata ai modi veneziani rinascimentali, in una concezione invalsa tra Ottocento e Novecento, dell' "arte che genera arte" alternativa ai contemporanei movimenti d'avanguardia. Se si pensa che poco prima (1886-1913 circa) un complesso pittorico di portata europea veniva realizzato a Loreto, costituendo un'antologia della pittura religiosa di impronta classicista, la commissione delle pale a Tomaso Da Rin (1838-1922) di Laggio può essere coincidenza fortuita ma anche segno di sguardi che superano i confini del borgo.
Al limite settentrionale di Pròu spiccano le forme auliche del tempietto dedicato a S. Rocco, progettato da Giuseppe Segusini ed eretto nel 1857 nei pressi della chiesetta secentesca distrutta dall'incendio del 1847, La semplicità dell'impianto è solo apparente e un'analisi accurata rivela il gioco sottile di trasformazione della ideale pianta centrale quadrata con volta a crociera in pianta longitudinale rettangolare.
Accuratezza di modellato e diffusa luminosità rivelano mano esperta e abilità accademica tesa alla sobrietà e correttezza formale più che all'espressione di sentimenti e atmosfere.
Un frammento di antica civiltà sopravvive a Pròu, dove le numerose case rurali parlano un dialetto architettonico fatto di perimetri irregolari, asimmetrie, integrazione tra spazi aperti e chiusi, assenza di facciata principale, prevalenza di funzionalità sull'estetica, profili sbilenchi, capacità di assorbire ampliamenti. Questa organicità, espressione del mondo che le ha costruite, è agli antipodi dei criteri del Rifabbrico che diede igiene e sicurezza, ma spense la carica vitalistica dell'architettura spontanea chiudendola nelle regole grammaticali e sintattiche del linguaggio codificato: modularità, simmetria, geometrismo, rigidezza, decoro, uniformità.
Tra le case più antiche si riconosce CASA BARNABO' ora DE MElO BURIGHELA dall'impianto allungato, tetto bifalde con timpano aperto, scala interna e facciata intonacata con stipiti in pietra, caratteristici la finestra binata centrale e i gocciolatoi: tutti elementi propri delle dimore signorili; forma aggregazione con CASA DE MElO SIORTITA.
Uno degli esempi più insigni di architettura spontanea è CASA ZANETI, proprietà della famiglia ininterrottamente per più di tre secoli. Costruita nella prima metà del XVII secolo, è giunta sostanzialmente intatta fino ai nostri giorni essendo scampata anche agli incendi di più rovinosi, la cui traccia rimane in un antico quadro della Madonna, bruciacchiato e consunto, esposto alla devozione popolare sul poggiolo verso Sud. L'edificio in solida muratura di: sasso intonacata ha forma allungata con ingresso centrale e scala interna di testa a disimpegno dei locali che vi si affacciano.
Lungo il Rin si insediarono attività che richiedevano lo sfruttamento dell'acqua; una segheria, dieci mulini, una fucina, opifici per la lavorazione della lana (filatura, tessitura e follatura) sono le voci più importanti delle attività industriali già presenti nelle "Anagrafi Venete" del 1766.
L'intervento ha un orizzonte europeo, essendo collegato a quanto è in atto in Francia (St. Léonard de Noblat), Gran Bretagna (Bishop Waltham), Slovenia (Crensovci), coinvolti nel Progetto "Raffaello" finanziato dall'Unione Europea.
Dopo il terzo e più vasto incendio (notte del 15 settembre 1867), il Comune decise di ricostruire con nuovi criteri edilizi e urbanistici le case bruciate. Nel giro di poche settimane (22 ottobre) fu affidato l'incarico, presentato un piano completo corredato da una relazione finale (6 marzo 1868), approvato dal Genio Civile di Belluno (17 settembre).
Forme contemporanee caratterizzano parte della zona industriale, dove è evidente la ricerca di conferire ai luoghi di lavoro valenza estetica e dignità architettonica. Nelle proporzioni e nel gioco pieno-vuoto echeggia talvolta casa Barnabò ora De Meio Burighela, scelta quale archetipo dall' architetto Lucio Boni per la sua facciata larga e compatta e il timpano aperto.
Come già detto e confermato dai numerosi toponimi che designano frane e smottamenti (boa, fraìna, frainèla, rnoiba), i Lozzesi hanno sempre dovuto misurarsi con l'instabilità geologica del territorio che richiede frequenti verifiche e ridefinizioni delle proprietà private, la cui entità dipende dalla presenza fisica in loco degli appositi termini, resi precari, anche in condizioni meno sfavorevoli, da eventi atmosferici, cicli vegetativi, azioni umane (abbandono dell'agricoltura e viceversa recupero agronomico). Tutto ciò si aggiunge ad una morfologia impervia con boschi lontani dall'abitato e pascoli in gran parte situati alle alte quote (1700-1900 metri s.l.m.) del Pian dei Buoi.
Nel 1188 Lozzo entrò in esclusivo possesso del Pian dei Buoi, Sovergna nell' antico laudo, cedendo ad Auronzo il monte Lareto. Qui da metà giugno a metà settembre venivano portati all' alpeggio féde e armente e in agosto intere famiglie vi si trasferivano per falciare l'erba. Le numerose casere (de le Armente, Ciamviéi, Valdacéne, de le Féde, Confin) testimoniano l'ampiezza delle attività che nel 1884, quando fu istituita la prima latteria sociale, contavano su 563 bovini e 642 ovini. L'unica ancora attiva è la casera delle Armente, la più antica e vasta.
Prima tra tutte la STRADA DEL GENIO, 18 km. a pendenza variabile tra 5% e 12-13%, che porta dai 753 metri s.l.m. di Lozzo ai 1880 metri di Col Vidàl con una trentina di tornanti, un paio di gallerie e un ponte.
Unico esempio sull' altopiano di riconversione pacifica di un edificio militare è quello del ricovero dei Crepi di Ciaréido (m 1997 slm.). Capofila delle installazioni di prima generazione, l'edificio fu costruito nel 1890 nell'ambito di un programma dell'Ufficio Fortificazioni dell'Alto Piave, che ne prevedeva altri tre d'identica concezione sui Col Cervera, Vidàl e Ciastelìn (1891). Il ricovero alpino n.1, divenuto RIFUGIO CIARéIDO nel 1973, è caratteristico per l'ampia copertura a due falde lunghe ben 7,5 metri con la linea di gronda spezzata da quattro abbaini che corrispondono agli altrettanti moduli rettangolari interni collegati in successione. L'ubicazione al sommo di un'altura a bassa vegetazione, la forma e le dimensioni del tetto, che nasconde quasi completamente la parte muraria, conferiscono alla costruzione l'aspetto di un animale placidamente acquattato, protetto da un generoso mantello e in armonia con il grandioso paesaggio circostante. La guerra fu però anche occasione di affari e traffici, che qui si identificarono con le attività di Francesco Chiamulera, la cui potenza economica comprendeva segherie, compravendita di legnami,
Estrema propaggine dell'abitato nei pressi del Ponte Nuovo, CASA DE MElO, MARTA, ZANELLA ex trattoria con alloggio "Al Ritiro", giace ancora in faccia al sole di mezzogiorno. Malgrado il bell'orientamento, la posizione non è più "amenissima ", all'uscita della tangenziale. Ma i pellegrini diretti al santuario di Loreto e i viaggiatori trovarono qui dall'inizio del Novecento un importante punto di riferimento oltre a 12 camere, ristorante, bar, stallo per cavalli e, più tardi, officina meccanica. Inoltre il proprietario Valentino Marta vi tenne fino al 1935 un laboratorio di scarpe "di ogni tipo: comuni, da lavoro, da montagna, da sci". |